Ancora sul Kaizen: impara un’abitudine

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Abbiamo parlato precedentemente di Kaizen (Cambiamento + Miglioramento, o cambiamento in meglio) per esemplificare come sviluppare un’abitudine per riuscire a fare costantemente dei piccoli passi che, nel lungo andare, costituiscono un tragitto, un sentiero, un progetto.

Lo sminuzzare il complesso, l’apparente impossibile, per trasformarlo nel semplice, ma possibile: il kaizen, le abitudini servono a questo.

 

In versione comica, è interessante vedere questo video (basta il primo minuto) per farsi un’idea pratica di Kaizen. Qui Hugh Grant in “About a boy” – che interpreta un “ereditiero” che non ha bisogno di lavorare e deve spendere in qualche modo il tempo – spiega come riesca a smorzare l’iniziale paura delle 24 ore da spendere, considerandole in termini di unità individuali.

La cosa importante nella vita da isola è pianificare le proprie attività e trovo che la chiave sia dividere la giornata in unità di tempo della durata di non più di trenta minuti: le ore intere possono intimorire un po’ e la maggior parte delle attività richiede circa mezz’ora. (Will)

Ogni unità, è una mezz’ora. Ogni mezz’ora, può essere spesa per un’attività diversa: andare dal parrucchiere, ascoltare un cd, fare una passeggiata, studiare qualcosa, scrivere un diario ecc. In questo caso non ci si “blocca” davanti ad un tempo (o un impegno) troppo lungo: ma lo si spezzetta in più fasi, in più unità appunto, per renderlo più digeribile, più produttivo.

about a boy - kaizen - isola

In fondo, anche qui, è abbastanza ovvio: se si pensa ad un progetto lungo e complesso (come appunto imparare una lingua straniera) è facile demotivarsi, e alla fine neanche iniziare. E iniziare è davvero metà dell’opera: i pensieri che precedono ogni inizio sono di solito più estesi, immensi e pericolosi dell’attività stessa che si vuole iniziare: ci bloccano perché cominciamo a dubitare di noi, delle nostre capacità e delle nostre possibilità. Ma una volta che iniziamo, almeno quella piccola azione (che però è parte dell’azione, o del progetto più grande) smette di essere un problema. Anzi, diviene un’opportunità, ed il cervello in effetti vuole portarla avanti, e concluderla. Perché non è più sospeso nei problemi mentali – seghe mentali – che ti poni: ha una via su cui agire. Una pratica da attuare, e lo farà.

Insomma, se ci si concentra di più sulla singola azione da svolgere, è più facile partire. Non che ci si dimentichi dello scopo finale, ma ci si preoccupa più di ogni passo. Sono i passi, a portarci lontano. Restare a guardare la meta, e farci spaventare dalla distanza da colmare, no.

Il cervello ama divertirsi, prendere le cose a bocconi, e non farsi urtare da troppe cose insieme o qualcosa di troppo grande. Su questo, ecco un altro video.

Tirare in ballo qui Heidegger è forse un po’ troppo (ma visto che per molti altri aspetti mi sta sulle scatole, qui almeno posso usare il poco per me salvabile) , ma mi vien da pensare alla sua differenza tra progetto autentico e progetto non autentico.

Mentre il secondo consta in qualcosa di imposto (per esempio prendere il diploma in quanto tutti lo prendono) dalla società o da chicchesia, ma ad ogni modo di non deciso liberamente, il secondo è scelto autonomamente. Da questa prima suddivisione ne discendono altre conseguenti: il progetto autentico, in quanto scelto liberamente, si carica di un senso e uno scopo proprio: ogni piccola azione prende il suo senso dal progetto “finale” che ci si prospetta. Per esempio, il ragazzo che vuole diventare medico, non prende il diploma perché costretto, o perché “ormai lo devi avere per forza”, ma per scelta. Ed in questo suo progetto, il diploma è un passo sensato e motivato per il suo scopo. Ma se ci si pensa, anche una singola sessione di un’ora di studio (magari neppure di medicina) rientra in quello scopo finale che si è prefissato. Il progetto diviene una cornice capace di illuminare ogni singola azione che vi rientra.

In un progetto inautentico (imposto, non meditato, non scelto) invece, un’azione singola è semplicemente tale. Non viene illuminata da un altro senso, e per questo diviene sempre meno interessante, meno sopportabile.

In questo il Kaizen aiuta: ci mostra sì il progetto, ma ci permette di rendere praticabile e sereno il sentiero per compierlo. Enjoy the ride.

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