intorno alle lingue

Lingue e linguaggi

Ciascuna lingua, sotto l’aspetto delle relazioni intellettuali, è un vocabolario di metafore sbiadite. (Jean Paul)

Aprendo una nuova “categoria” di questo blog, sulle lingue, appunto, prendo la medesima via percorsa precedentemente. Lo stesso punto di partenza: l’etimologia.

Lingua

Deriva da lengua, lengoa, può dipendere la lingere, lambire, o dalla più antica dingua, più simile all’inglese tongue. Ma qui si indica prevalentemente l’organo animale, la lingua, appunto.

Per arrivare al linguaggio

Dobbiamo spostarci a lingua + aggio (aticus), ossia uso della lingua per esprimere opinioni, sentimenti, stati d’animo. Da qui possiamo passare a idioma, che indica quanto di proprio specifica e diversifica una lingua dalle altre. Loquela indica la potenza, la possibilità di parlare e di esprimere favella, dal latino fabèi , diminutivo di fabula, come racconto, capacità di parlare , che viene da parler, parabolare, quindi parabola. Quindi ancora racconto, aneddoto, fiaba. Si ripete la cosa nel langage francese e “idioma” spagnolo. Nello “sprache” tedesco, che si riferisce all’orazione verbale.

La lingua spagnola è la più amabile; quando il diavolo tentò Eva, le parlo in spagnolo. (Proverbio italiano)

Comunicazione e racconto

Sembrano più che altro sottostare a questi appellativi, a questi nomi. Forse ancora per le consuetudini antiche, di ricordare (che del resto indica “tornare indietro”) , più questo, l’esigenza del comunicare, dell’ascoltare, dell’esprimere e del raccontare più che dell’analizzare, dello scomporre, del regolare. Sul linguaggio si è detto di tutto, che sia ciò che ci distingue dalle bestie (ma sentendo miagolare il mio gatto ho qualche dubbio), che il suo vero scopo sia non la comunicazione del senso, ma l’azione, l’uso, un continuo ordinare (pragmatica), a che sia solo una fonte di fraintendimento.

Ci troviamo meglio in compagnia di un cane conosciuto che di un uomo il cui linguaggio ci è sconosciuto. Michel de Montaigne

Viene forse spesso dimenticato l’uso che ha nel racconto. Non solo di storie, ma di semplici esperienze. Non stiamo forse a raccontare cosa abbiamo fatto, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo fare ai nostri amici? Forse più che far intendere qualcosa al nostro interlocutore, vogliamo avvicinarlo al nostro vissuto, al nostro racconto. Che poi non è necessario che comprenda tutto, ma che lo “veda”, per immagini, similitudini, e forse che lo ricordi, per poterlo confrontare con il suo, e far interagire i nostri diversi racconti. Del resto, ricordiamo prevalentemente per immagini, e i racconti forniscono immagini, associazioni, evoluzioni…

Il linguaggio non è una cintura di castità, ma un mezzo per comunicare. (Ezra Pound)

È anche interessante vedere come molte delle definizioni o derivazioni che abbiamo visto sopra sul linguaggio, tendano a definire, tramite una sorta di muro, di distinzione (vedasi idioma) una lingua nazionale, quando invece si tratta più di miscugli, di storie che si intrecciano, e di identità rivelate in racconti che si fanno processi e viaggi, interconnessioni.

Impara una nuova lingua e avrai una nuova anima. (Proverbio ceco)

Anche nell’apprendimento di una nuova lingua, forse bisognerebbe tenere in conto questa prevalenza della comunicazione, del racconto, della connessione. Ma direi anche del piacere ad essa connesso. Come imparano i bambini la loro lingua naturale, o lingua madre ad esempio: non tanto studiando continuamente la grammatica, cercando di memorizzare “a forza” ogni regola ed ogni convenzione linguistica, ma ascoltando, assimilando, e poi ripetendo, anzi, inventando.

Perché stando a Noam Chomsky ed i suoi studi sulla grammatica universale, il bambino più che “ripetere” i meccanismi linguistici, ci si immerge, sviluppa una grammatica mentale propria, che è una via di mezzo tra quella convenzionale della sua lingua e quella che lui intende per semplificazioni e accomodamenti. In seguito, la perfeziona e la arricchisce, rendendola quindi sempre più simile a quella originale. In questo senso, tutti gli uomini avrebbero una sorta di grammatica mentale generalissima (fatta di concetti logici, soggetti, predicati e fatti simili in tutte le lingue) come struttura base, poi ogni lingua avrebbe una serie di “slot” diversi, ma sempre collegati alla grammatica universale.

In breve, è un po’ come dire che tutti siamo predisposti per apprendere altre lingue, ma la chiave è sfruttare maggiormente i nostri meccanismi mentali, il nostro diletto, e forse proprio i racconti per immergerci in esse, nei racconti che le altre lingue ci svelano, e farne parte. Detto altrimenti, immergerci, ed anteporre l’ascolto, la lettura di input comprensibili allo studio convenzionale ed analitico. Ancora, apprendere più che studiare, “afferrare”, più che controllare. E, probabilmente, usare più la nostra creatività incosciente, la nostra fantasia associativa, che non la nostra analisi cosciente.
Stephen Krashen ed altri parlano per esempio di questo. Io, ve ne racconterò in seguito.

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